mercoledì 8 luglio 2009

I Classici 1: Non al denaro non all'amore ne' al cielo



Un vecchio scritto su uno dei capolavori indiscussi della canzone d'autore. Con il nostro pensiero a Fabrizio, sempre.


NON AL DENARO, NON ALL'AMORE NE` AL CIELO



(Fabrizio De André canta Spoon River)

E` il 1971 quando Fabrizio De André scrive uno dei capitoli fondamentali della canzone d'autore: Non al denaro, non all'amore né al cielo, ovvero la sua (e di G.Bentivoglio e di N.Piovani) rivisitazione-rilettura del piccolo capolavoro di Edgar Lee Masters, L' antologia di Spoon River.
E non sono canzonette. Il disco è soprattutto un discorso ed un incontro; è un discorso perchè è un concept album , nello specifico il terzo concept album di Fabrizio, che dimostra di avere una singolare e fortunata inclinazione per tale affascinante e moderna formula epica di racconto. E' un incontro, perché è il dialogo ideale tra poeti contigui e diversi, un avvocato-gothic (con in fondo un personale ed amaro senso dell'umorismo) di Chicago, e un ragazzo ribelle di Genova che potrebbe cantare per gli dei, vicino ad Omero (l'omero di Masters, l'uomo con la fronte ampia come una nuvola); ma è un incontro mediato da una terza eclettica straordinaria figura, ovvero Fernanda Pivano, che negli anni Cinquanta tradusse l'opera letteraria di Masters e che è la "responsabile" di un' intervista immaginaria al poeta americano e di un'intervista all'amico Fabrizio a proposito delle lapidi sincere in questione.




TRA IL GIRADISCHI E LO SCAFFALE

Il passaggio alla canzone non deve essere stato facile, né nelle scelte, né riformulazione poetica. Quello che nel 1971 (e alla fine degli anni Cinquanta, alla prima lettura giovanile) colpisce Fabrizio, è la raffinata analisi della condizione e della natura umana che Masters cercò di fare con la sua Antologia, molti decenni prima. I personaggi di Spoon River, accomunati inesorabilmente dal destino ma inevitabilmente ancora legati alle bassezze e agli splendori della vita, nutrono il discorso poetico con la loro umanità ostinata ed imperfetta, con la rassegnazione o con la caparbietà di chi rimpiange i propri difetti terreni.
Così Fabrizio sceglie nove storie, parabole profane sui dettagli dell'animo, ed intesse un discorso sull'umanità, in chiave sociale e solo sottilmente politica, in quanto il livello politico è incastonato nell'analisi della difficoltà dell'uomo nelle grinfie del sistema sociale e di chi detiene il potere.
Come osserva Fernanda Pivano, esiste un lavoro di immersione temporale, ovvero Fabrizio lima qui e là dei dettagli poetici, stilistici e di contenuto e trasforma abilmente la piccola borghesia dell'America d'inizio secolo in un contesto più vicino ai suoi giorni, una realtà sociale corrotta dalla competitività, dall'invidia e dagli abusi del potere politico e religioso.
Con l'aiuto di G.Bentivoglio, indiscusso fabbricante di splendidi versi, Fabrizio ci regala nove pezzi di grande bellezza e "apertura lirica", ma anche molto ritmici e cantabili.



I PERSONAGGI

Invidiosi corrosi dalla propria invidia, innamorati malati, scienziati idealisti, blasfemi rivoluzionari... Questo è il mondo di Masters, che Fabrizio rielabora, con il suo linguaggio crudo e aulico al contempo, con il suo sguardo libertario e (in un caso) un immancabile pizzico di erotismo.
Notiamo un particolare: sono tutti personaggi maschili, a parte Ella, Kate, Maggie, Edith, Lizzy, donne finite per amore tenero o amore violento, che si vedono dedicata una sola strofa nel brano--prologo La collina, una sorta di introduzione al disco e al discorso poetico.

Un matto: ... dietro al quale sta tutto un villaggio che lo rifiuta e lo maltratta. Lui, che divertiva gli altri recitando l'enciclopedia da morto deve sentire ancora il bisbigliare rumoroso di chi compatisce la sua povera esistenza e ironicamente chiama "pietosa" la sua morte.

Un giudice: il giudice nano, incattivito dallo studio e dal rancore, corroso dell'invidia, che diventa procuratore solo per farsi dire "Vostro Onore" e mandare dal boia chi lo derideva in gioventù. Un personaggio meschino, e negativom, in parte incattivito dal sistema che spesso si erge come un ingranaggio e schiaccia le persone.

Un blasfemo: Faber il libertario, fa gridare al personaggio, che muore di morte violenta picchiato dalle guardie bigotte, lo sdegno verso il sistema, che uccide la natura tenera e perfettibile degli uomini. E' blasfema, per il potere, la sua posizione: la mela proibita, così come il paradiso, sono sulla terra, e con Dio hanno poco a che vedere, e la mela bisogna ancora rubarla, sulla terra. Ma è necessario liberarsi dal giardino incantato che il Potere ha costruito.

Un malato di cuore: il personaggio più dolce, che per amore vince le sue paure. Lui che fin da bambino spia gli altri giocare e correre a perdifiato, non esita a baciare la ragazza che ama, anche se l'amore è fatale per il suo debole cuore. Ora da morto, tiene stretto il ricordo del bacio, ultimo gesto della sua vita.

Un medico: il medico rappresenta lo scienziato idealista incastrato nel sistema; a forza di curare i bisognosi finisce per affamarsi ed è costretto ad affidarsi all'imbroglio, tantoché un "giudice con la faccia da uomo" (Fabrizio non nasconde le sue antipatie, a partire da certe riuscite traduzioni...) lo sbatte in prigione, ormai privato dell'affetto e del rispetto e implicitamente scrive "imbroglione" sulla sua lapide.

Un chimico: di nuovo uno scienziato, quindi un rappresentante del mondo moderno, ma che invece nella scienza vede un rifugio, una legge assoluta per l'esistenza e muore solo, senza un amore da ricordare, perchè, inesorabilmente, per l'amore non ha trovato formula alcuna, se non resistere sterilmente alla primavera.

Un ottico: uno spacciatore visionario di occhiali illusori, un morto che parla da un mondo alterato, onirico ed allucinato e vuole trasformare la realtà in luce, una realtà che con un po' di invidia sintetizza in uno sguardo agli amici ancora vivi sulla strada.

Il suonatore Jones: Jones, suonatore di flauto (di violino, per Masters) è l'unico che ha un nome (eccenzion fatta per l'excursus del prologo), l'unico che in fondo si è abbandonato alla vita ai suoi eccessi, al vino alla musica, alla strada. E' l'unico che se ne va con tanti ricordi e nemmeno un rimpianto, come dovrebbe essere, in fondo, per tutti.
La vicenda di Jones conclude anche il brano "La collina", e Fabrizio ci mostra quindi un particolare affetto per questo personaggio, in cui più meno esplicitamente, deve aver visto un po' di sé.




UNA (PICCOLA) ANALISI MUSICALE

Nicola Piovani è un musicista straordinario non solo tecnicamente: è dotato di una rara sensibilità per il linguaggio emotivo della musica e quindi per il discorso poetico. Non a caso, lui e Fabrizio ci hanno regalato delle canzoni-immagine: piccole storie stilisticamente autocontenute, nel senso che esiste un perfetto sincretismo tra il testo, la melodia, l'armonia. Dai toni accesi, scanzonati (chitarra decisa e sapore folk-beat) de "Un matto", alla sacralità madrigale del la minore de "Un blasfemo"; dai toni impertinenti delle melodie de "Un giudice" e "Un medico" fino al valzer romantico per il suonatore Jones. Sperimentazioni dissonanti e dodecafoniche per "Un ottico" e qua e là suggestioni alla Ennio Morricone, spiragli e visioni della una vena creativa successiva di Piovani.

Poi, sola, la voce di Fabrizio, che sa carezzare le parole e sottolineare solo certe note, in quanto riesce sempre a scegliere certe sillabe da raccontare con inclinazione insolita. E sa regalare, dignità, splendore e tristezza alla frase poetica, facendo propria la lezione del maestro francese Brassens.



UNA RIFLESSIONE FINALE


Così Fabrizio ha cantato Spoon River, con il suo do centrale vocale, le sue espressioni inconfondibili, la sua eleganza.
Il suo amore disperato e raggiante per l'umanità. Tante volte ha inventato personaggi scomodi e insicuri, teneri imperfetti, cattivi ribelli, li ha limati, ha costruito e ci ha fatto ascoltare delle storie.
Sono tutti personaggi suoi. Questi di Masters, sono suoi ugualmente, nello stesso modo, sono forse forti di un maggiore distacco dal narratore che li rende ancora più nitidi.
Inventare è una grande prova ma ugualmente grande è innamorarsi di qualcosa, limarla per e su di sé e poi saperla ri-raccontare.



Margherita Zorzi

1 commento:

francesco_pagliarini ha detto...

leggo e ti ammiro.