sabato 11 dicembre 2010

Piero Ciampi. E continuo a Cantare


Tra pochi giorni, recensione di Piero Cimapi Live. E continuo a Cantare, a cusa del nostro amico Enrico de Angelis.

Un ricordo di John Lennon

lunedì 29 novembre 2010

Mario Monicelli, l'ultimo grande

Addio a Mario Monicelli, grande regista ed immenso intellettuale. Ultimi giorni con noi, contro i tagli al sapere, contro questo delirante scempio. Ultimo volo come un giovane ragazzo. Non so, a me viene da piangere, però... sorridiamo:




Ciao. M

venerdì 27 agosto 2010

lunedì 23 agosto 2010

Nicola e Bart

Il 23 agosto del 1927 calava la notte due brave persone, Nicola e Bartolomeo. Nonostante la barbaria (cos'è la pena capitale?) e l'ingiustizia (nello specifico, erano certamente inocenti) della loro esecuzione, la loro morte non li fece uscre dalla storia, ma fece invece entrare i loro volti e le loro idee in quel sentire che alcuni di noi sentono proprio. Avremmo tante cose da dire, ma lasciamo spazio alle canzoni, al ricordo in ascolto. Che regali un po' di dolcezza ad una storia triste.

Un classico Baez-Morricone...


... una delle più celebri ballate popolari per Nicola e Bart...


Da ballads of Sacco e Vanzetti, splendido concept-albun ante litteram di Woody Guthrie...


... e l'indimenticabile Gian Maria Volontè:

lunedì 2 agosto 2010

2 lugio 1980

Segnalatoci da un amico, Antonio, questo ricordo di Stefano Benni:

Trent'anni fa una bomba alla stazione di Bologna uccise 85 persone. Il ricordo dello scrittore
2 agosto 1980: "Io non dimentico"
di STEFANO BENNI

Mi sembra di avere scritto su questo ricordo, ma non so quando. Dieci, venti anni fa. Ma quando ricordo è adesso. Sento la notizia da Brunella, che compra il giornale la mattina presto a Santa Maria di Leuca. Non occorre parlare o mettersi d'accordo. Partiamo, con una vecchia Citroen, e guidiamo alternandoci per ore e ore. Quando arriviamo, siamo ancora nel pieno dei soccorsi, ancora scavano.

Trent'anni fa Bologna era diversa. Era stata colpita perché era diversa, perché era una speranza. Ora è una città come tante del Nord Italia, né brutta né bella. Ma tante persone ricordano quella data. E non certo per nostalgia del dolore. Per la speranza che combatté quel dolore. Perché qualcosa di quella speranza è rimasta. Ci sono state altre stragi, altro sangue, altro dolore inutile. L'ultima strage, quella della legalità, si consuma non con la violenza delle bombe, ma non l'astuzia della propaganda e della potenza economica. Possiamo disquisire se le persone sono le stesse, o altre, o nuove, o migliori o peggiori. Quello che è successo a Duisburg in nome del cosiddetto show, è una strage. Possiamo distinguere dicendo che non è stata pianificata, che tutti sono pentiti. Ma per chi ha perso delle persone care, è difficile distinguere, fare una scala del dolore, trovare qualche consolazione.

Quello che mi è facile invece, è ricordare chi ha ancora speranza. Pensare a quelli che scavavano, a quelli che scavano ancora. Quelli che sperano non ci sia il nome di una persona cara di un elenco di vittime. Quelli che si sentono responsabili, e cercano di evitare stragi future. Quelli che vogliono la verità. So che sono ancora tanti, anche a Bologna. Forse non sono più rappresentati, forse la loro speranza è stata ferita e irrisa, forse qualche volta pensano: perché scavare quando tutto crolla?

Ma io so che queste persone ci saranno sempre, e mi conforta. Ogni volta che torno a Bologna, vedo i nomi sulla lapide della stazione. Qualcuno si ferma e si interroga, qualcuno nemmeno sa cosa significano quei nomi. Qualcuno neanche li guarda. Ma qualche anno fa, vidi una donna straniera entrare, e mettere dei fiori sotto la lapide. Le parlai: non era una parente, era una donna che faceva solo un gesto di ricordo, di rispetto, non davanti alle autorità, ma davanti ai suoi sentimenti. Al di là di ogni retorica e cerimonia, c'è sempre la forza di queste persone che sperano. E io spero che Bologna le ascolti molto di più, che sappia ritrovare il rapporto con la sua energia passata, che non ne faccia una statua in un museo.
Anche io, nel mio piccolo sforzo, scavo ancora, anche se dovrei e vorrei farlo di più. E scavando ho ritrovato il ricordo di quegli anni e posso dirlo forte: non dimentico e non voglio dirlo solo il due agosto.
(Repubblica, 01 agosto 2010)




E, al solito, una canzone:


martedì 22 giugno 2010

Un addio a Saramago di Maurizio Maggani


Forse qui non parliamo di musica, o forse sì, perché gli ideali e i principi musica lo sono. Perché un uomo è morto senza pregare, fuggendo il peso della pietà.
Ci piace ricordare J. Saramago, scomparso pochi giorni fa, in un silenzio che urla tutte le parole che egli in vita ha avuto, per fortuna, il coraggio di dire.
Ignorando inorriditi i commenti densi di cristiano e ammirevole spirito caritatevole con cui la Chiesa ha ricordato l'estinto (una velocità di ingiuria che ha fatto quasi in tempo a sentirli anche l'interessato), lasciamo questo ricordo di Maurizio Maggiani. Tenero, forte, combattente, come sempre Maggiani scava nei cuori, o almeno in certi cuori. Sicuramente, nel nostro...



da http://www.mauriziomaggiani.it/ e http://www.feltrinellieditore.it/FattiLibriInterna?id_fatto=11329&utm_source=news_autore_160247&utm_medium=email




“La storia è finita, non ci sarà nient’altro da raccontare”.

E se ne è andato, avendolo dichiarato per tempo in questo modo così definitivo da pensare che lo abbia fatto senza lasciarsi alle spalle alcun rimpianto, nella pienezza dell’uomo che è stato.
Ad avvisarmi che è morto è stata la mia compagna, che è una sua fan scatenata e non ha mai in cuor suo desistito dall’idea di andare un giorno a cercarlo a Lanzarote e convincerlo a sposarla, Pilar o non Pilar. Credo che glielo avrei lasciato fare senza rancore, avendo il senso delle proporzioni e sapendo con certezza che è il più grande tra i viventi. Lo era fino a un attimo fa. Mi ha parlato tirando sul col naso le lacrime che stava piangendo, ma alla fine la sua voce si è fatta sorridente e ha concluso la telefonata così: beh, certo non si può dire che sia morto in grazia di Dio. Una battuta sagace, attinente e confacente all’uomo che ha pensato di potersi compendiare in Caino, fratello e compagno, ma solo una buona battuta. Se c’è un Dio sono convinto che sia morto in grazia sua. Perché non c’è Dio di nessuna fede, di nessun popolo, di nessun uomo che possa resistere alle attenzione che Saramago gli ha rivolto per tutta la sua vita, per tutti i suoi romanzi. Quell’uomo ha trascorso la sua esistenza letteraria incaponito in una sola domanda incalzando un unico destinatario: Dio, perché? Nel modo ostinato fino alla ferocia che solo un figlio può riservare a un padre, allo stesso modo di Caino, non ha mai cessato di chiedergli conto di ciò che Dio si è assunto in sua potestà. Lo ha fatto quotidianamente per tutto ciò che di irragionevole e perverso e disumano attiene alla vita degli uomini e dell’intero Creato. La sua diuturna contesa con Dio ha generato una famigliarità tra loro che non credo possano vantare che pochissimi santi, rari profeti, certamente ben pochi tra i ferventi praticanti. Sì, tra loro era proprio una questione di famiglia, tra padre e figlio. Non so se si proclamasse ateo, ma se anche lo avesse fatto, chi ha letto i suoi libri non può che pensare alla fremente abiura che conclude, sempre provvisoriamente, le rivendicazioni di un figlio contro l’autorità paterna: tu non sei mio padre. Cosa assai diversa da chi dice: tu non sei mio figlio.
Di certo quell’uomo era comunista e anticlericale, in un modo così fermo e lampante, così indomito e sereno da far pensare che si ritenesse l’ultimo esemplare della specie. E magari lo è stato, almeno tra chi risulta alla notorietà. Il suo comunismo, così scarno di ideologia e denso di passione per gli uomini mi fa ricordare Filippo Buonarroti, e il suo anticlericalismo, così diretto e animoso, Giuseppe Garibaldi; uomini dell’antichità ormai, uomini della primitiva castità degli animi. In ogni caso questo naturalmente non significa nulla riguardo alle sue contese con Dio e su come Dio le avesse prese. Dio stesso, almeno a leggere il Libro da lui stesso ispirato, è stato più volte su inequivocabili posizioni anticlericali, e per quanto riguarda il comunismo, non risulta alcuna traccia di una sua decisa antipatia o contrarietà al riguardo. Questo Saramago lo sapeva bene. Ed era certo che essere l’ultimo comunista, o l’ultimo anticlericale, al mondo significava solo una responsabilità maggiore, una maggiore dedizione e fermezza, come deve essere di un uomo che testimonia per ciò che pensa e che è, comunque sia, qualunque sia la contingenza della storia; e lui, nei suoi non pochi anni, ne ha attraversate molte di contingenze della storia, drammaticamente avverse alla sua umanità.
Per questa ragione, per la sua convinzione che un uomo è dovere di testimonianza perenne di umanità, nei suoi ultimi anni si è persino adattato alla contingenza digitale e ha dato mano a un blog, immergendosi nella Rete per poter testimoniare il suo pensiero a una velocità incomparabilmente più efficace dei tempi imposti al lento farsi di un libro di carta. In Italia sono note perlopiù solo le sue posizioni decisamente avverse al primo ministro Berlusconi. Ma è bene precisare che lui non se la prendeva tanto con quell’uomo quanto con il popolo che se l’è scelto. Da comunista sorgivo credeva nel popolo e nella sua primazia e allora era al popolo che chiedeva conto, era con le sue scelte che contendeva. Come è giusto che sia.
E avendo cominciato con l’ultima frase del suo ultimo libro, che è appunto la biografia di Caino, concludo con la prima, l’epigrafe, di un suo vecchio romanzo, che parla del popolo e chiede aiuto a Almeida Garrett:
“E io domando agli economisti politici, ai moralisti, se hanno già calcolato il numero dio individui che è giocoforza condannare alla miseria, al lavoro spropositato, alla demoralizzazione, all’infanzia, all’ignoranza nella crapula, alla sventura invincibile, alla penuria assoluta, per produrre un ricco.”

lunedì 14 giugno 2010

domenica 13 giugno 2010

Un pensiero per Ivan

Un anno fa, nella notte tra il 13 e il 14 giugno, se ne andava Ivan Della Mea. A noi manca tanto e non lo dimenticheremo mai. Non dimenticheremo mai non solo le sue canzoni, ma soprattutto la sua ostinata coerenza politica e il suo impegno all'Istituto Ernesto De Martino. Il suo curioso modo di parlare, la sua scrittura insolita e concitata, buffa, piena di punteggiatura e di moti sospesi.

Qui, l'ultimo articolo scritto per il Manifesto pochi giorni prima di... (articolo recuperato dal bellissimo sito antiwarsong di Riccardo Venturi, che la sa più che lunga a proposito di canzoni :-) )


BRUCIA COMPAGNO BRUCIA
di Ivan Della Mea
da Il Manifesto del 12 giugno 2009

Cialtroni presuntuosi autoreferenti mentecatti retorici e pletorici recitanti di grandi parole intelligentissime che vi arrotondano il labbruccio nell'affettata pronunzia e vi allargano i buchi del naso a frogia cavallina per comunicare la potenza del vostro dire e gli occhi che se la tirano a specchio di una cultura altissima profusa con grande intelligenza e non conta un cazzo che nulla sappiate del lavoro, ne fate un'astrazione impreziosita dal suffisso «oro» e del prefisso «lav» non potrebbe fregarvene di meno. Ma volete essere di sinistra, di più, vorreste essere la sinistra e nonostante alcuni di voi abbiano alle spalle più disastri che meriti ancora vi vivete come dirigenti, diri senza genti, e impapocchiate di qui e rompete di là forti del vostro protagonismo e presenzialismo e animati dalla sottile foia di potere che informa il vostro fare: dirigenti di quarantaquattrogattiinfilaperdue ambite cariche nazionali o europee. Eterni quadri di partito o di gruppo per voi tutto fa pedana. Dalla scissione del 1906 al diciannovismo alla nascita del Partito comunista italiano non pochi tra voi già erano attrezzati e si portavano appresso una seggiolina di quelle che si chiudono onde averla prestamente fruibile per poggiare le ponderose chiappe. Voi siete stati e siete ancora la vera rovina del mondo del lavoro in generale e dei lavoratori. Fatte le eccezioni dei Di Vittorio, Novella, Santi, Trentin, Luciano Romagnoli e pochi altri davvero compagni davvero dirigenti, davvero protagonisti coscienti e responsabili di grandi vittorie e di grandi sconfitte, c'è parecchia miseria e assai poca nobiltà a giro e allora mi spiego perché non poche frange della classe operaia del nord, est e ovest, ancorché sindacalizzate, abbiano votato per la Lega. Al sindacato chiedono una sinecura da mero patronato, ma razzismo e intolleranza e non di rado fancazzismo ed egoismo e anche antipartitismo per dire anticomunismo sono costanti assai presenti sulle quali, e da tempo, dalla fine degli anni '80, come documentava con una ricerca il mio carissimo amico Primo Moroni commissionata dal sindacato, nessuna cultura contro veniva attivata e dunque nessuna politica. Si può essere cigiellisti e leghisti e razzisti e lo si è in molti casi. È questa io credo la miseria della politica di oggi e della cultura che l'informa. Chi ha voglia di fare chiarezza su queste contraddizioni? Chi ha la coscienza compagna di dire all'operaio sindacalizzato che discriminare, emarginare, fare pratica costante di razzismo e di differenzialismo significa essere fascisti dentro? Non lo vedo questo coraggio. Non vedo l'urgenza di un fare politica che sia anche fare cultura in questo senso: e cioè in contrapposizione e in rivolta.
Chi leghista viene in Piazza della Loggia il 28 maggio di ogni anno o è mentecatto o non si rende conto di essere corresponsabile dello scoppio di quella bomba: uno scoppio che nella coscienza non è finito né mai finirà. Chi, dirigente, non capisce o non vuol capire questo, è uno che ormai vede soltanto i cadreghini rassicuranti e ambiti, le piccole medie e grandi ambizioni di potere personale, la politica del farsi i cazzi propri, del chi fa da sé fa per tre. È ora di guardarsi negli occhi e di dirsi a muso duro tutto questo e ci si romperà forse ulteriormente, ma su quanto resterà si potrà tentare di ricostruire insieme sempre insieme e soltanto insieme un progetto socialista. «Brucia compagno brucia/la lotta continua ancora//Brucia compagno brucia/continuerà».






E La ringhera....




Chapeau... Marghi

lunedì 31 maggio 2010

sabato 1 maggio 2010

Primo Maggio




A tutti i Lubiam che una mattina sono andati al lavoro ma sono caduti e la sera non sono più tornati.
A tutti quelli che non avevano niente da perdere se non le loro catene, e si sono uniti.
A Sante, che faceva il fornaio e non la spia.




(Woody, Union Maid)

domenica 25 aprile 2010

25 aprile

Certe cose si fanno per tutti, ma di tutti non sono. Dedicato agli amici, quelli incrociati nel quotidiano della vita, attraverso gli occhi, i libri, le canzoni, la storia.
Buona resistenza.

(Il titolo della canzone è Dai monti di Sarzana, storia del Battaglione Lucetti)





(inserito da sindacatomiliardari)


Ps:Una delle ultime registrazioni di Ivan Della Mea, il cuore supplisce la qualità dell'immagine e del suono.

giovedì 8 aprile 2010

Lettera di Nicola Sacco al figlio Dante


Scrivendo dei pezzi per una serie di riflessioni sulle poesie in musica, incontrando Louis Aragon, rossi manifesti, rose e sguardi partigiani, dal recondito luogo da cui le analogie sovvengono una frase ha chiamato questa canzone. Musicata da Pete Seeger nel '51, il testo è la lettera, l'ultima lettera, di Nicola Sacco al figliolo Dante, lasciato a questo mondo con il difficile compito di continuare la battaglia per i deboli, i perseguitati e le vittime. Per i compagni che hanno combattuto e sono caduti. Come Nicola, come Bartolomeo.

Chissà cosa ha portato qui, da Aragon. Forse le rose, forse l'addio, la maternità, il coraggio spavaldo di chi se ne sta andando, di chi sta perdendo, e invece di cercare conforto, conforto lascia. E poi non so, poi, sono senza parole.






SACCO'S LETTER TO HIS SON

If nothing happens they will electrocute us right after midnight
Therefore here I am, right with you, with love and with open heart,
As I was yesterday.
Don’t cry, Dante, for many, many tears have been wasted,
As your mother’s tears have been already wasted for seven years,
And never did any good
So son, instead of crying, be strong, be brave
So as to be able to comfort your mother.

And when you want to distract her from the discouraging soleness
You take her for a long walk in the quiet countryside,
Gathering flowers here and there.
And resting under the shade of trees, beside the music of the waters,
The peacefulness of nature, she will enjoy it very much,
As you will surely too.
But son, you must remember; Don’t use all yourself.
But down yourself, just one step, to help the weak ones at your side.

The weaker ones, that cry for help, the persecuted and the victim.
They are your friends, friends of yours and mine, they are the comrades that fight,
Yes and sometimes fall.
Just as your father, your father and Bartolo have fallen,
Have fought and fell yesterday. for the conquest of joy,
Of freedom for all.
In the struggle of life you’ll find, you’ll find more love.
And in the struggle, you will be loved also.



LETTERA DI SACCO A SUO FIGLIO

Se non succede niente, ci giustizieranno dopo mezzanotte.
Allora sono qui, sincero, con amore e con il cuore aperto,
come lo sono stato ieri.
Non piangere, Dante per tante tante lacrime sprecate,
come quelle di tua madre, sprecate per sette anni
senza nessun buon esito.
Figliolo, invece di piangere, sii forte, sii coraggioso.
Sii capace di essere di conforto alla mamma.

E quando vorrai distrarla dalla solitudine umiliante,
portala a passeggiare a lungo nella quiete campestre,
cogliendo fiori qui e là.
E all'ombra degli alberi, accanto alla musica delle acque,
amerà molto la tranquillità della natura.
E anche tu, di certo.
Ma ragazzo, ricorda: non usare tutto te stesso.
Tieni una parte di te per aiutare i deboli che ti stanno accanto.

I più deboli, che gridano aiuto, i perseguitati e le vittime.
Sono tuoi amici, amici miei e tuoi, sono i compagni che combattono;
Sì, e a volte cadono.
Come tuo padre, tuo padre e Bartolo sono caduti.
hanno combattuto e sono caduti ieri, per la conquista della gioia
e della libertà per tutti.
Nella lotta della vita troverai, troverai più amore.
E nella lotta, sarai anche amato.

giovedì 1 aprile 2010

Orly





ad Enrico




Quando arriva il momento di dirsi addio, una canzone non basta, ma in una canzone può anche esserci tutto. Il saluto, la speranza, la disperazione. Perché come ad Orly, la domenica è triste, e sa di sale, sa di cose già viste. Sa di folla, moltitudine che ti fa sentire solo, deserto dentro senza ragione. Perché una ragione non c'è stata, o forse sì, e tu da quel giorno non puoi fare altro che vivere di progetti, di ricordare l'ultimo istante, quando invece che per mano ti tenevi per gli occhi, come solo Jacques Brel poteva osservare. Ne hai perdute di cose, ma questa non l'avevi perduta mai. E forse fino a questo momento non sapevi nemmeno di averla incontrata. Ma l'assenza pesa, l'"assenza è un assedio" (p.c.), e tra mille lui, occhio di poeta e lingua di gabbiano, ne vede solo due, e alla fine vede solo te, che la folla sta inghiottendo, come tu fossi un frutto qualsiasi.







Per conoscere le canzoni di Jacques Brel, imperdibile (e purtroppo abbastanza introvabile) Jacques Brel. Tutte le canzoni (1948-1977) Ed Arcana, 1994, traduzioni di Duilio del Prete, a cura di Enrico de Angelis, autore di una straordinaria prefazione.

martedì 2 marzo 2010

Al popolo cileno

Al popolo cileno colpito in questi giorni dal terribile terremoto, tragedia su cui non si può aggiungere nulla se non una nostra sentita manifestazione di dolore (come fu poco tempo fa con Haiti) dedichiamo due canzoni.
Iniziamo con uno di loro, perduto ma ancora presente (almeno qui nei nostri pensieri): Victor Jara, grande, immenso musicista e insistituibile voce del popolo (del quale vorremmo parlare diffusamente in un prossimo articolo) ...




E poi, un Fausto Amodei (Fausto ti vogliamo bene, n.d.r) di un po' di tempo fa con il testo (troverete un bel po' di testi di Amodei in deposito.org curato da Sergio) di "Al compagno Presidente" (Salvader Allende). E se per le catastrofi naturali si può maledire la sfortuna (e chi ci crede può invocare l'aiuto di qualche divinità) di fronte alle catastrofi etico-civili non ci si può che vergognare: che possano essere successe, che possano succedere, che Pinochet non abbia pagato.
Buone Canzoni.


Al compagno presidente

Niente bandiere esposte a mezz'asta,
a Valparaiso, Santiago, Antofagasta
per Salvador Allende
Hanno paura di ricordare
che un vero presidente popolare
muore ma non s'arrende.
Per chi è vissuto e morì con coraggio
non ci si attende un omaggio
da quelli che sono vissuti e più tardi
dovran morir da codardi.
Niente uniformi, né generali,
né nobil donne né autorità ufficiali
di fianco al tuo sudario.
Per chi ti ha ucciso non conta niente
la morte di un compagno presidente
morto da proletario
I traditori si sono già accorti
d'esser più morti dei morti:
anche da vivi a loro è concesso
d'essere carogne lo stesso.
Nessun cannone ti ha tributato,
sparando a salve, l'ultimo commiato,
andando al cimitero.
Nixon non spreca inutilmente
le munizioni per un presidente
morto a guerrigliero.
Ogni suo colpo lo devo serbare
per chi ti vuol vendicare.
Chi c'ha la forza e non la ragione
si affida solo al cannone.
Ma, mille a mille, si sono mosse
in tutto il mondo le bandiere rosse
per te compagno Allende.
Si sono mosse per ricordare
che solo un presidente popolare
muore ma non s'arrende.
E' stato il popolo a darti in omaggio
questo tuo grande coraggio.
Questo coraggio che tu ora da morto
Rendi al tuo popolo insorto.
Chi ti ha voluto render gli onori
sono milioni di lavoratori
di rivoluzionari.
Perchè è un esempio ormai leggendario,
che un presidente muoia proletario
tra gli altri proletari.
Ma dietro ad un proletario ammazzato
c'è tutto il proletariato.
C'è tutto il proletariato che aspetta
di compier la sua vendetta.
E quei fucili che hanno voluto
renderti ancora l'ultimo saluto,
entrando al cimitero,
son stati i primi che hanno indicato
come seguir l'esempio che tu hai dato
compagno guerrigliero.
Ora la forza ce l'ha un traditore
ma il socialismo non muore.
Esso è ben vivo e continua a lottare
con unità popolare.

mercoledì 17 febbraio 2010

Fabrizio, 70


Domani Fabrizio De André compie 70 anni. Quanto silenzio, negli ultimi dieci anni, senza di lui. Ma quanta gioia, sempre, nel sentire la sua voce limare le parole, come la rugiada le foglioline verdi, come la tristezza dolce una notte lunga e scura.
Su Fabrizio, in questi anni si è scritto e detto molto. Non sono mancate le celebrazioni (molte così dissonanti con la sua personalità schiva), non sono mancate le rivisitazioni, i dibattiti, le "spartizioni" dei meriti della sua eredità musicale (su come la pensiamo riguardo a questo, ci siamo già espressi).

Ma domani, noi non penseremo a tutto questo. Penseremo che ci manca, che vorremmo lui fosse ancora qui: saprebbe di certo scrivere una splendida canzone per le guerre che non ne vogliono sapere di tacere, per tutti quelli che in questi giorni bui perdono il lavoro, per queste declino etico-civile che sembra senza fine, per lo scempio dei nostri governanti al nostro Paese. A dire il vero, Fabrizio descrisse uno scenario apocalittico che tanto somiglia al nostro presente già vent'anni fa, con la sua splendida La domenica delle salme: uno sfondo inquietante, fitto di riferimenti storici passati e contingenti ma decisamente lungimirante, illuminato. Una catastrofe onirica (sembra un terribile incubo, o una realtà assimilata dalle coscienze senza, se non rara, resistenza), un palcoscenico di grottesche figure che forse descrive meglio il presente che quei fine 80/primi 90, anni, per i più, di superficiale ottimismo (plasmato dalla cultura dominante, che riuscì a veicolare le coscienze e il senso critico della gente verso una strada che ha portato all'attuale appiattimento socio-culturale). Tirando le somme di sessant'anni di storia, Fabrizio fu profeta del presente (quello attuale). Solo uno sguardo attento, poetico, anarchicamente libero e denso di rispetto per il prossimo poteva interpretare l'immanenza della storia, vedere oltre e cantare, trasformare in capolavoro l'essenza di una pace terrificante. Gli addetti alla Nostalgia, che accompagnano tra i flauti il cadavere di Utopia è per noi la più struggente, devastante, agghiacciante immagine della musica italiana.
Questo non è che un esempio di quello che De André ha saputo lasciarci: ogni sua canzone, dalla più tenera alla più irriverente porta bellezza a chi la vuole ascoltare ed è, alla fine, un atto d'amore (l'amore quello dei vicoli, degli indiani, delle ragazze di strada, dei vecchi che si addormentano al sole) a quell'anima universale, filo sottile, quasi impercettibile, che lega, sulla terra, solitudini e speranze.
Non ci resta che ascoltare, le parole e la voce di questo ragazzo bello, timido e colto, non ci resta che regalargli un nostro pensiero; ora, questa notte, per sempre.





(inserito su youtube da Wackooos)

Ciao Fabri

giovedì 14 gennaio 2010

SCRIVERE DI MUSICA: INCHIOSTRO E DINTORNI SULLA SECONDA ARTE

Scrivere di musica: tematica solo apparentemente generosa per disquisire, perché oltre che vasta è in primo luogo complessa, essendo la storia e l'editoria sature di eterogenee manifestazioni di genere.
Oggigiorno moltissime case editrici tra le loro collane ne annoverano una espressamente dedicata alla musica, ma ovviamente le manifestazioni letterarie moderne hanno radici molto profonde ed antiche, che influenzano in parte la moderna accezione dello scrivere sulla seconda arte.
Difficile quindi fare un discorso organico, ma ben lungi dal voler inseguire un’ideale completezza, ci sono un po’ di considerazioni da fare di interesse storico ed artistico per districarsi nella circolarità del significato dell’analisi di un’arte, quando tale arte viene utilizzata per descriverne un’altra.
Un'osservazione divertente da cui si può iniziare è la seguente: lo scrivere di musica, e con esso la famigerata critica musicale, nascono prima della musica scritta.
Se Guido d'Arezzo, autore del fondamentale Micrologus de musica, aspettò solo l'anno Mille (1028 ?) per inventare la scrittura delle note su rigo (proponendo la sua teoria dell’esacordo, seminale alla moderna scrittura musicale), di musica già si scriveva da secoli, anzi da millenni.
Sarà che la musica è la musica, e il suo nome già basta a qualsiasi definizione emotiva. Sarà che accanto al ruolo di intrattenimento, di veicolo di sentimenti, la musica ha sempre avuto un significato sacro, rituale, e non ultimo celebrale.
Se Platone ne La Repubblica riconosce alla musica il ruolo di “esercizio dello spirito… come amore per il Bello ideale e non per le bellezze sensibili..” nel processo educativo e pedagogico del giovane ateniese (1), Aristotele addirittura conferisce a talune armonie delle virtù etiche e ad altre, di contro, caratteristiche immorali (arrivando nella Politica a definire “orgiastico” il frigio, contrapposto al modo dorico, degno di essere strumento educativo).
Ma già prima della filosofia “socratica” (siamo al tempo delle scuole presocratiche, così vicine a certe moderne intuizioni filosofico-scientifiche da avvicinarci all’idea della ricorrenza storica del pensiero) la scuola pitagorica, affascinante e contraddittoria setta filosofica nata a Crotone e poi largamente diffusasi, dava alla musica spazio e significato speciali.
I presocratici scrivono di musica e di suoni come moderni musicologi o studiosi del suono, innestando nella loro complessa filosofia basata sul dualismo degli opposti, studi (anche empirici, legati a veri esperimenti di fisica) sulla musica, dai quali scaturiscono notevoli intuizioni matematiche; musica quindi come oggetto di studio scientifico e come strumento filosofico di armonia degli opposti.
Beh, per avvicinarci ancora un po’ ai nostri tempi, il buio Medioevo pullula di scrittori addetti alla musica: tra Teorici e Trattisti (chi si dedicava più alla teorizzazione e chi più alla pratica e alla didattica), prima e dopo D’Arezzo prende il volo la tradizione dei trattati, rinfoltita da metodi per strumenti veri e propri (che ancora oggi, anche se forse non ci si pensa), rappresentano una grossa fetta dei prodotti editoriali orientati alla musica.
Proseguendo, subentrando l’interesse delle musica “profana” a quello della musica sacra (per forza di cose e di mezzi la più o forse la sola studiata fino ad un certo momento) anche lo scrivere di musica diventa più articolato e popolare. E quando con il passare di secoli l’opera si impone come uno delle principali modi teatrali, nasce un nuovo tipo di pubblicazione, il libretto dei testi, di certo una nuova forma di scrittura, perché il testo letterario complesso e articolato diventa parte integrante dell’opera d’arte.
Queste sono solo pillole di passato per arrivare a comprendere meglio quello che avviene oggi, tenendo conto che del IX e soprattutto nel X secolo sono sorti dei generi nuovi ed innovative, delle forme un tempo se non impensabili mai così insite nella cultura.
Tralasciando la musica classica (discorso troppo complesso ed in parte al di fuori dal nostro interesse ) sono nati generi musicali del tutto nuovi come il blues, il jazz e non ultima la canzone intesa come testo cantato ha acquisito una dignità ed un’importanza culturale mai raggiunta prima. A questo sono seguiti ovviamente interessi mediatici, giornalistici, critici. Interessi socio antropologici, culturali.
E fissando la nostra attenzione nei confronti della canzone d’autore, essa di certo non è soltanto un fenomeno musicale, ma un fenomeno di pensiero su cui tanto si è detto, o meglio si è scritto.
Oggi assistiamo ad un fiorire continuo di pubblicazioni musicali di diverso genere (che oltre alla canzone d’autore riguardano fenomeni come il rock e il pop).
Ma cosa intendiamo allora come “pubblicazioni” musicali contemporanee?
Beh, sono pubblicazioni musicali le biografie dei cantanti e dei musicisti, i libretti dei testi di opere, operette o spettacoli che assumono una parte cantata (musical, commedie musicali etc), le monografie sulle canzoni (da citare le collane di Zona, ad esempio Dentro la musica), le discografie illustrate (citare la collana di Coniglio), le pubblicazioni su artisti smontati e riassemblati a piacimento (da segnalare la crescita a
funzione di Fibonacci (2) dei libri sull’opera di Fabrizio De André, l’80 per 100 delle quali contengono dichiarazioni che mai nessuno avrebbe fatto ad artista in vita ndr).
Commuovente e testimone di un’attualità forse insperata dal giovane artista, la serie di pubblicazioni su Luigi Tenco, vita, opera, pensiero, a firma di grandi nomi e per le maggiori case editrici da Bur a Baldini e Castoldi.
Feltrinelli che pubblica un testo su Woody Guthrie, ribadisce una posizione politica di tradizione, utilizzando una formula diffusa: la raccolta di testi (accuratamente spiegati). Perché di certo, le raccolte di testi sono le più autentiche pubblicazioni musicali: fissano sulla carta quel punto preciso dove la musica si fa canzone e la canzone lo sappiamo è fatta anche di parole, quindi di cibo primario della scrittura.
Invece, la sopracitata biografia d’artista, che non parla solo della sua arte ma pone l'accento sulla sua vita, è una tradizione letteraria che si rifà ad un filone letterario già in voga dal settecento e che trascende spesso (ma non sempre) l’analisi artistica. Ma l’analisi critica è pane irrinunciabile per l’editoria musicale e per il giornalismo.
Il giornalista musicale scrive di musica: asettico se recensisce super-partis, o meglio se non asettico e quindi buon giornalista, quanto meno obbiettivo. Un giornalista lascia una critica del tutto obbiettiva solo quando l'artista non lo fa impazzire, altrimenti si sbilancia, come è giusto.
Perché la canzone fa parte di un tessuto, di una società, un momento storico.
Quindi assume interesse particolare lo studio della musica quale effetto e al contempo strumento di analisi di un certo contesto socioculturale: quindi visione socio antropologica di un passato storico.
Studio della musica (possiamo anche solo dire della canzone, in quanto il testo è imprescindibile) della fenomenologia umana, nel recupero delle canzoni popolari.
Da storia orale, metamorfosi da parlato in forma scritta, quindi non più corruttibile, nella volontà che un determinato patrimonio diventi indelebile.
Come non pensare agli scritti di Alan Lomax, che cattura blues di tempi andati in nastri magnetici ma soprattutto in pagine che oggi ci testimoniano un passato che non esiste più ma è fondamentale conoscere.
Questa è pubblicazione musicale e storiografica al contempo.
Per raccontare anche dell’altro, andiamo a sbirciare nelle istituzioni: Il Club Tenco ha addirittura una collana di libri, I libri del Club Tenco (Editrice Zona), che rispondono ulteriormente al quello che ci chiediamo, ovvero cosa può essere scrivere di musica: quelli del Tenco hanno scritto di come la letteratura stessa diventa musica (musicare i poeti significa dare alla poesia una vita parallela), di come è complesso tradurre, introducendoci ad una delle problematiche teoriche del far canzoni.

Finiamo con un caso particolare di scrivere di musica, ovvero i musicisti che scrivono: non infrequentemente le loro opere sono dense di citazioni musicali (proprio si vede che è più forte di loro) e spesso la musica stessa è il pretesto narrativo. Certo, non tutti sono grandi scrittori come fu Boris Vian, ma come si dice, si fa quel che si può.

Ma allora cosa vuol dire scrivere di musica?
Scrivere uno spartito, analizzarlo, raccogliere dei testi, recensire dei dischi raccontare un vita vissuta dentro la musica, perdersi tra dettagli estetizzanti da musicologi, cercare di mettere ordine con la parola scritta tra modi e modalità di canto popolare, intravedere, carpire spremere o comprendere in quanto autoevidenti filosofie, politiche ed etiche dei cantautori e scriverli per tramandarle.
Raccogliere in un libretto tutte le frasi di Georges Brassens.
Scrivere un manuale di comprensione della musica o addirittua delle direttive pratiche per cantare una canzone.
Fornire ontologie a generi e teorizzare generi da prodotti artistici, vedere avanguardie dentro le canzoni, scrivere un saggio sul canto politico, sul canto sociale sulla canzone d’autore, sul jazz sul blues, e molte altre cose tra le quali infine scrivere un saggio sullo scrivere di musica come quello che stai leggendo.


NOTE:

(1) per capire il ruolo della musica nella filosofia di Platone: Evanghelos Moutsopoulos, La musica nell'opera di Platone, Vita e Pensiero, 2002;

(2)Fibonacci, matematico italiano del 1200 di grande spessore. Sua, la famosa omonima successione (ammirabile oggi sulla mole Antonelliana grazie all’installazione luminosa dell’artista Mario Merz) così definita: F(0)=0, F(1)=1, e per n>1, F(n)=F(n-1)+F(n-2). Pare spieghi l’andamento riproduttivo dei conigli.

lunedì 11 gennaio 2010

11 gennaio, ma anche tutti gli altri giorni

Certo che senza di te non è stato più come prima...


Stanotte è venuta l'ombra,
l'ombra che i fa il verso,
le ho mostrato il coltello
e la mia maschera di Gelso.
E se lo sa mio padre,
mi metterò in cammino,
se mio padre lo sa,
mi imbarcherò lontanto.

...
Quale sarà la mano,
che illumina le stelle?



A Fabrizio. Perché tra tutte le celebrazioni, commemorazioni ufficiali, i revisionismi (di certo non da parte di grandi come Fossati, De Gregori, Piovani...) "scriveva o non scriveva?" e "gran parte di quella canzone di Fabrizio è roba mia" (risposta: e chi se ne frega? risposta alternativa: perché non lo sostenevi 15 anni fa?), l'unica cosa che sovviene a noi che lo abbiamo amato tanto ed ancora tanto lo amiamo è che ci manca. e qualche volta che non troviamo le parole o ci sentiamo soli, vorremmo lui ci fosse, a trasformare in verbo e melodia il nostro sentire, la nostra solitudine, sublimando l'intangibile blue che a talvolta stringe il cuore in quel mondo degli ultimi e dei vinti a cui Fabrizio, con grazia e leggerezza, sapeva restituire "una goccia di splendore"

Ciao Fabri, ti voglio bene.